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È difficile non appassionarsi alle vicende personali dei protagonisti del Gattopardo – i superbi principi di Salina e i loro antagonisti, gli scaltri popolani della famiglia Sedàra – che Giuseppe Tomasi di Lampedusa riesce abilmente a intrecciare con la caduta del Regno delle Due Sicilie e le ambiguità dell’epopea risorgimentale.
Il libro ci consegna una storia, lunga poco meno di cinquant’anni, in cui riescono a convivere in perfetta armonia le parabole esistenziali dei singoli individui, i loro complessi legami relazionali e amorosi, i giochi di potere a cui danno vita, e le ragioni, decisamente crudeli, dei cambiamenti nella società siciliana.
L’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nobile siciliano caduto in disgrazia, uscì senza clamore l’11 novembre 1958. Il suo destino, tuttavia, era un altro. Si impose ben presto come uno dei testi canonici della letteratura del Novecento e divenne uno dei libri più letti, tradotti e studiati al mondo. Per tutta la vita Giuseppe Tomasi di Lampedusa si è mostrato sensibile alla bellezza: inattesa, cercata. L’ha inseguita nelle varie forme d’arte che ha amato, quali musica, pittura, cinema, teatro, letteratura. Si è impegnato a cristallizzarne l’essenza nelle parole che ha scelto con cura, tutte le volte in cui ha scritto qualcosa, da una semplice lettera al capolavoro. L’ha interiorizzata nei suoi modi garbati, misurati, gentili che, pure nel tempo della miseria più assoluta, rimasero quelli di un gran signore. È possibile immaginare che si sia servito della bellezza come di un talismano per correggere le inquietudini della vita. Per sconfiggere la disarmonia dell’esistenza, i suoi momenti più intollerabili e duri. Di sicuro, non smise mai di accoglierla dentro di sé. Ecco perché non appena si prende in mano Il Gattopardo e lo si comincia a leggere, si prova una lieve vertigine.
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